lunedì, 11 giugno 2007, ore 22:46

Il rumore della notte

Il rumore della notte
non lo sente più nessuno,
nascosto da passi impazienti
che trascinano su letti purpurei
dove le mani s'avventurano
smarrendosi in terre esotiche,
e lente scavano e trovano tesori di carne,
e poi ognuno è nudo e dentro l'altro,
e lotta e si ama
e lotta e sogna
e lotta e vince
e lotta e un po' muore
e lotta e un po' vive,
finchè non resta un grido
un sorriso
una lacrima
e i sospiri si sciolgono
e tutto tace
ancora
nel rumore della notte
                                       
                                                              
     Rike



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categoria : poesie
lunedì, 05 febbraio 2007, ore 21:34

Saprai che non t'amo e che t'amo

Saprai che non t'amo e che t'amo
perché la vita è in due maniere,
la parola è un'ala del silenzio,
il fuoco ha una metà di freddo.

Io t'amo per cominciare ad amarti,
per ricominciare l'infinito,
per non cessare d'amarti mai:
per questo non t'amo ancora.

T'amo e non t'amo come se avessi
nelle mie mani le chiavi della gioia
e un incerto destino sventurato.

Il mio amore ha due vite per amarti.
Per questo t'amo quando non t'amo
e per questo t'amo quando t'amo.

Pablo Neruda


coturnix_coturnix
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categoria : poesie
giovedì, 08 giugno 2006, ore 16:34

Io ti sento viva

Non perché fu sotto un cielo di ombre

Che mutammo i nostri silenzi in passione,

né perché fu sotto le carezze del vento

che i nostri sguardi sfavillarono luci.

Io ti sento viva

Quando la notte piange la terra,

perché solo allora confondo lacrime e pioggia

e mi sovviene il peso della mia amara scelta,

quando per  paura di cozzar gli scogli del passato

mi spinsi a fluttuare nomade tra queste onde

sempre più solo, sempre più al largo.

                                                                                   Rike


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categoria : poesie
martedì, 06 giugno 2006, ore 20:22

La vecchia menzogna

BD370 - Sfida

Piegati in due, come vecchi straccioni, sacco in spalla,

le ginocchia ricurve, tossendo come megere, imprecavamo nel fango,

finché volgemmo le spalle all'ossessivo bagliore delle esplosioni

e verso il nostro lontano riposo cominciammo ad arrancare.

Gli uomini marciavano addormentati. Molti, persi gli stivali,

procedevano claudicanti, calzati di sangue. Tutti finirono

azzoppati; tutti

orbi;

ubriachi di stanchezza; sordi persino al sibilo

di stanche granate che cadevano lontane indietro.

Il GAS! IL GAS! Svelti ragazzi! - Come in estasi annasparono,

infilandosi appena in tempo i goffi elmetti;

ma ci fu uno che continuava a gridare e a inciampare

dimenandosi come in mezzo alle fiamme o alla calce...

Confusamente, attraverso l'oblò di vetro appannato e la densa luce verdastra

come in un mare verde, lo vidi annegare.

In tutti i miei sogni, davanti ai miei occhi smarriti,

si tuffa verso di me, cola giù, soffoca, annega.

Se in qualche orribile sogno anche tu potessi metterti al passo

dietro il furgone in cui lo scaraventammo,

e guardare i bianchi occhi contorcersi sul suo volto,

il suo volto a penzoloni, come un demonio sazio di peccato;

se solo potessi sentire il sangue, ad ogni sobbalzo,

fuoriuscire gorgogliante dai polmoni guasti di bava,

osceni come il cancro, amari come il rigurgito

di disgustose, incurabili piaghe su lingue innocenti -

amico mio, non ripeteresti con tanto compiaciuto fervore

a fanciulli ansiosi di farsi raccontare gesta disperate,

la vecchia Menzogna: Dulce et decorum est

Pro patria mori.

 

Wilfred Owen - Dulce Et Decorum Est











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categoria : poesie, politica
mercoledì, 31 maggio 2006, ore 22:07

Un altro mare

Per 5 anni questa nostra giovane nave

Ci ha spinti a salpare le onde di un ignoto mare,

Certi solo del  giorno in cui la corrente ci spinse lontano,

In cui rimandammo le risposte al dì del nostro approdo.

Non sempre ci furono amici i figli di Eòlo,

Né mai ci arrendemmo ai cambi di ciurma,

Alla violenza del tuono e all’alzarsi della marea,

Nemmeno quando cademmo, stremati dalla bonaccia:

Sempre avanti, uniti nella forza, nella forza uniti.

Eppure è ormai vicina l’alba del nostro arrivo,

E già l’oceano lascia il posto alla sinuosa costa

E già sferraglia l’ancora arrugginita

Che presto tornerà al suo triste dovere,

E con lei ad ognuno sovviene forse il fine e il senso

Di questo lungo viaggio senza meta.

Assaporiamo adesso il flebile suono delle onde,

Facciamo nostro questo lontano coro di gabbiani:

Brevissima ed eterna sarà la pace che oggi ci avvolge.

E’ giunta infatti l’ora  in cui spetterà

A voi di ritornare, a noi di andare;

Ognuno con la mente a rimpiangere le spalle,

Ma il vento a prua ad asciugar le lacrime dagli occhi,

Con lo sguardo fisso dietro e oltre il tramonto,

Ognuno nuovamente solo, ancora una volta

All’eterna ricerca di  un altro porto, un altro sole,

Un altro mare.

 

Da Enrico alla Ciurma (ufficiali e marinai)

BD370 - Sfida


 

 

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categoria : poesie
giovedì, 20 aprile 2006, ore 17:39

Ho amato la nebbia

coturnix_coturnix






Perso nella caligine di una mattina

Ho percepito una callida speranza.
Nella cecità di un lungo meriggio
Ho toccato qualcosa di nuovo.
Nello smarrimento di una notte
Ho sfiorato quel che avevo perso.

Ho amato la nebbia, ed ora che si è dissolta
è triste ritrovare quello che nascondeva
 
                                                     Enrico








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categoria : poesie
martedì, 18 aprile 2006, ore 16:42

Deserto

BD370 - SfidaIl deserto cresce dentro di me
e divora lento le piccole oasi.
Eppure non pesa più la polvere
sulle mie palpebre serrate e stanche,
ed anche la sete ormai non brucia:
non fa più paura sapere
che dietro al tramonto ci sia solo
altra sabbia.
                                                                              Enrico


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categoria : poesie
domenica, 05 marzo 2006, ore 23:16

Dobbiamo andare

" ...dobbiamo andare e non fermarci mai,
finché non arriviamo.
Dove andiamo?
Non lo so, ma dobbiamo andare. "

                                                Jack Kerouac
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categoria : poesie
lunedì, 20 febbraio 2006, ore 22:44

Forti nella voglia di lottare, cercare, trovare e mai di arrendersi

"...but strong in will to strive, to seek, to find, and not to yield."
Alfred Tennyson - Ulysses
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categoria : poesie
martedì, 10 gennaio 2006, ore 21:52

Il suonatore Jones
Vi ha deliziato il primo vincitore di Spoon River? Non so voi, ma io sento i brividi quando francis muore e si chiede da quale orizzonte fosse sfumata la luce. Oggi vi presento il secondo vincitore: Jones il suonatore (giuro che poi la smetto con De Andrè almeno per un po'). La domanda è questa: si può davvero vivere felici senza l'amore, il denaro e il paradiso? Quanti di voi non hanno rivolto almeno una volta a queste cose i propri pensieri? A me è capitato, non si può fare a meno. Ma saremo sempre dei perdenti finchè lo faremo.
Jones non lo ha fatto. De Andrè ce ne parla meglio ancora di Masters nell'introduzione del suo album non al denaro, nè all'amore nè al cielo, già citato nel post precedente:

"Dov'è Jones il suonatore
che fu sorpreso dai suoi novant'anni
e con la vita avrebbe ancora giocato.
Lui che offrì la faccia al vento
la gola al vino e mai un pensiero
non al denaro, non all'amore né al cielo.
Lui sì sembra di sentirlo
cianciare ancora delle porcate
mangiate in strada nelle ore sbagliate
sembra di sentirlo ancora
dire al mercante di liquore
"Tu che lo vendi cosa ti compri di migliore?"

Come sempre, lascerò che vi parli prima Edgar Lee Masters, poi Faber. Poi tocca a voi. Io ho già dato abbastanza, per oggi.

Edgar Lee Masters - Antologia di Spoon River

Fiddler Jones

Il suonatore Jones

The earth keeps some vibration going
There in your heart, and that is you.
And if the people find you can fiddle,
Why, fiddle you must, for all your life.
What do you see, a harvest of clover?
Or a meadow to walk through to the river?
The wind's in the corn; you rub your hands
For beeves hereafter ready for market;
Or else you hear the rustle of skirts
Like the girls when dancing at Little Grove.
To Cooney Potter a pillar of dust
Or whirling leaves meant ruinous drouth;
They looked to me like Red-Head Sammy
Stepping it off, to "Toor-a-Loor."
How could I till my forty acres
Not to speak of getting more,
With a medley of horns, bassoons and piccolos
Stirred in my brain by crows and robins
And the creak of a wind-mill--only these?
And I never started to plow in my life
That some one did not stop in the road
And take me away to a dance or picnic.
I ended up with forty acres;
I ended up with a broken fiddle--
And a broken laugh, and a thousand memories,
And not a single regret.

La terra ti suscita
vibrazioni nel cuore: sei tu.
E se la gente sa che sai suonare,
suonare ti tocca, per tutta la vita.
Che cosa vedi, una messe di trifoglio?
O un largo prato tra te e il fiume?
Nella meliga è il vento; ti freghi le mani
perché i buoi saran pronti al mercato;
o ti accade di udire un fruscio di gonnelle
come al Boschetto quando ballano le ragazze.
Per Cooney Potter una pila di polvere
o un vortice di foglie volevan dire siccità;
a me pareva fosse Sammy Testa-rossa
quando fa il passo sul motivo di Toor-a-Loor.
Come potevo coltivare le mie terre,
- non parliamo di ingrandirle -
con la ridda di corni, fagotti e ottavini
che cornacchie e pettirossi mi muovevano in testa,
e il cigolìo di un molino a vento - solo questo?
Mai una volta diedi mani all'aratro,
che qualcuno non si fermasse nella strada
e mi chiedesse per un ballo o una merenda.
Finii con le stesse terre,
finii con un violino spaccato -
e un ridere rauco e ricordi,
e nemmeno un rimpianto.


Fabrizio De Andrè - Il suonatore Jones

In un vortice di polvere
gli altri vedevan siccità,
a me ricordava
la gonna di Jenny
in un ballo di tanti anni fa.

Sentivo la mia terra
vibrare di suoni
era il mio cuore,
e allora perché coltivarla ancora,
come pensarla migliore.

Libertà l’ho vista dormire
nei campi coltivati
a cielo e denaro,
a cielo ed amore,
protetta da un filo spinato.

Libertà l’ho vista svegliarsi
ogni volta che ho suonato
per un fruscio di ragazze
a un ballo
per un compagno ubriaco.

E poi se la gente sa,
e la gente lo sa che sai suonare,
suonare ti tocca
per tutta la vita
e ti piace lasciarti ascoltare.

Finì con i campi alle ortiche
finì con un flauto spezzato
e un ridere rauco
e ricordi tanti
e nemmeno un rimpianto.