martedì, 27 dicembre 2005, ore 11:15

Un buon motivo

        Quante volte vi è capitato di svegliarvi con il vuoto nella vostra mente? Vaghi ricordi di una notte passata vuota, senza sogni. No, questo è impossibile, si sogna ogni volta che si dorme ma non sempre ricordiamo dove siamo stati, dove abbiamo viaggiato. E se fosse proprio la nostra mente a non volerci far ricordare i nostri sogni? Preoccupata dall’improvvisa uscita allo scoperto dei peggiori angoli del nostro inconscio, forse la mente tenta con un ultimo e disperato gesto di razionalità di impedire che esso rimanga impresso nella nostra memoria. Un reset preventivo, un arma vigliacca dell’eterna lotta tra il reale e l’irreale. Ma questo ti importa poco quando un folletto ti sta allegramente scavando nell’intestino.
        O almeno questa era la sensazione che provai nel destarmi improvvisamente dal mio vecchio materasso madido di sudore. Erano solo le 2:57 sebbene sembrava dormissi da un’eternità. Cosa stava succedendo? Nel buio della stanza potevo scorgere solo macchie di colore stranamente sfuocate, ma non era lì che si concentravano i miei pensieri, bensì nel bordello che stava ribollendo nelle mie viscere. Ora, provate ad immaginare che qualcosa armata di forbici vi stia lentamente tagliuzzando le budella; quindi levategli le forbici e dategli una motosega, di quelle che usano per buttare giù le sequoie, e forse proverete lo stesso dolore che io stavo provando in quel preciso istante.
        Cristo santo, la sbornia doveva essere passata da un pezzo e ora avrei dovuto starmene completamente perso nel mio letto, sognando chissà quali mostri da delirium tremens in stato avanzato, cercando di dimenticare la nausea e pensare alla leggerezza della mia testa, e invece sono qui a soffrire come un porco sgozzato e lasciato a dissanguare appeso ad un gancio. Dio, le fitte sembrano farsi sempre più insistenti e continuee. Rimango fermo, non riesco a muovermi, sto quasi per svenire quando il dolore cessa improvvisamente. Ma solo per due secondi, il tempo di smettere di pulsare nel mio intestino e cominciare a premere per uscire da qualche altra parte.
        Non so cosa mi diede la forza per scattare via dal materasso e catapultarmi nel bagno. Una cosa è certa, qualsiasi cosa mi stesse per uscire da dentro non avrei mai voluto trovarmela sul mio letto. E poi le lenzuola le avevo cambiato solo un mese fa!
        Cercai di raggiungere la tazza, ma si allontanava più l’avevo vicina. Forse caddi un paio di volte prima di poter sedermi sull’agognata oasi di tranquillità. La “cosa” uscì fluida, graffiandomi le pareti interne mentre scivolava via, ma il piacere della liberazione riuscì ad equilibrarne il dolore. Non volli nemmeno vedere cosa avessi dentro. Essa sguazzava come anguilla nel fango, e scivolò via insieme all’acqua candida dello sciacquone. Ero ancora seduto, libero. Promisi che non sarei mai più andato a bere nulla in quella dannata bettola. Chissà quali regole igieniche avevano pindaricamente saltato, per creare un mostro del genere. Ma cosa sto dicendo, forse sono solo ancora ubriaco, e sto immaginando tutto. Non avevo poi bevuto così tanto, in fondo. Le cinque pinte di doppio malto rosse corrette con altrettanti bicchierini di grappa all’anice erano ben sotto la media dei miei quotidiani incontri al circolo di Bacco, come io poeticamente definivo il mio alcolismo senza ritorno…
    Fu mentre mi perdevo in questi monologhi che mi accorsi di quanto fossi freddo. E’ vero, eravamo alla prima settimana di Dicembre e l’inverno era iniziato già da un po’, ma il freddo che mi sentivo addosso non era quello di una candida notte di neve. Era il freddo di un pavimento di marmo sul quale vi si è formata sottile una lastra di ghiaccio, e veniva da dentro di me.
        Una goccia di sudore scese lentamente sulle mie guance, così fredda da lasciarmi una scia ustionante, prima di diventare un cristallo di ghiaccio. Mi toccai la fronte: era rigida, le rughe cristallizzate, gelida. Cercai di dire qualcosa, forse un gemito di disperazione, ma le corde vocali mi si bloccarono e l’unica cosa che fuoriuscì dalla mia bocca fu una boccata di fumo condensato. Mi tornò improvvisamente alla mente il ricordo della mia infanzia, quando fanciullo giocavo a fare il fumatore, emettendo aria che si condensava nel freddo giardino, completamente imbiancato dall’inverno. Osservavo quella magica nuvoletta che usciva dai miei polmoni e, così come era comparsa, lentamente scompariva dissolvendosi nell’aria. Ma non era questa la stessa situazione: allora ero io che avevo il fiato più caldo dell’aria che mi circondava, non il contrario.
        Ero un blocco di ghiaccio. Ormai sentivo il sangue congelare le vene in cui priam scorreva copioso, e fu allora che la vidi, in piedi al mio fianco. Riflessa nel grande specchio della stanza si stagliava lei, così come me l’ero sempre immaginata. La pelle d’avorio si sposava sublime con la chioma nera lucente sospinta da chissà qual misterioso vento. Era bella, gli occhi grandi persi nel vuoto, così carichi di vita, così carichi di sofferenza. Tremavano come candele al vento che resistono titaniche al loro destino. E quelle labbra, gonfie e viola, sembravano incollate su quella statua di altri tempi. Lei sporse l’indice ossuto dalla sua tunica nera, forse per indicarmi, o forse per tendermi un appiglio. Il margine destro delle sue labbra si distese, come per sorridere rassegnata. Allungai il braccio per afferrare quella mano, per dire basta a tutto quello che mi circondava, per dire basta alla mia non-vita. La distanza tra il mio indice e il suo era quella di un filo di ragnatela, ma non riuscii mai a completarla: quella dannata fitta! Ancora il dolore del mio intestino resuscitò maleficamente, lasciando cadere all’indietro, così distante da lei che spariva dentro il mio specchio, muovendo le labbra e sussurrando <<Non oggi, non ancora>>.
E il dolore cessò, mentre il sangue tornò improvvisamente a fluire irrogando ogni vena, ogni capillare del mio corpo.
        Mentre tutto quel che avevo bevuto defluiva da me, pensai che forse era giunto il momento di dire basta. Non era forse questo un buon motivo per iniziare una nuova vita? A certi deboli come me serve arrivare sull’orlo del baratro per decidere di fermarsi, guardare indietro e tornare a casa. Io avevo messo già un piede e mezzo nel burrone, e non so cosa o chi riuscì a tenermi in equilibrio e farmi voltare. Si. Da questa sera avrei detto basta con l’alcool. Ero stanco di essere schiavo, di dover vivere in funzione di qualcosa che non era mio, di scappare dai miei incubi rifugiandomi in qualcosa che gli incubi li potenziava. Era arrivato il momento di cambiare, di tornare a quel che ero stato un tempo. Ma non cominciai a bere proprio perché non volevo essere quel che ero un tempo?
        Poco importa, non avrei più toccato un bicchiere. Almeno fino a Natale!

Un racconto allucinogeno di Enrico Esposito

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categoria : racconti